1 August 2017

8 – La via dei Mulini

Via Dell'Acqua

L’intimo rapporto fra l’acqua, l’uomo e la natura, nella valle del Rujo di Cison, impregna anche i nomi dei luoghi portandosi in eredità fin ad oggi, nel XXI secolo, località quali il Bosc del Fol e Campo Molino. Questo binomio associato di campi dei mulini e di boschi dei folli, nasce nel passato di quello che fu un lontano medioevo. Tuttavia le carte e i documenti cominciano a lasciarne traccia dal ‘500.
Il centro storico di Cison, capoluogo politico fra ‘400 e ‘700 della Contea di Valmareno, feudo dei conti Brandolini, si forma proprio sui costoni del torrente Rujo. Il corso d’acqua finisce per tagliare in lungo il paese, disegnando il paesaggio, condizionando gli insediamenti, ritmando e complicando la vita sociale ed economica come risorsa, ma anche come costante minaccia da tenere, per quanto possibile, saldamente imbrigliata dal controllo umano. Con la messa in opera di numerose rode a coppedel fino a dodici, di piccola dimensione munite di cassette, si muovevano mulini, magli, folloni da panno, seghe. Queste “macchine” che per secoli hanno sorretto e promosso l’attività artigianale
erano concentrate soprattutto a San Silvestro e a Campo Molino, condotti da generazioni
di fabbri, mugnai come i Moret, i Capretta, i Fiorin. L’acqua, raccolta a monte, veniva condotta in quota, con una leggera pendenza, alle ruote attraverso una ingegnosa canaletta in pietra, la Rujea, che attraversava lo stesso Rujo con ponte canale. Nell’Ottocento lungo questo sistema di condutture e salti, di ruote ed ingranaggi, sorgevano anche una pregiata latteria, una filanda e una segheria.
Un’intensa vita quotidiana pulsava dell’acqua del Rujo, acqua preziosa, privilegiata nei tempi antichi, proprio perché di diritto feudale. Questo significa, per esempio, che la sua sanità era severamente vigilata dalle autorità. E poi storia di lavoro e di vita familiare per la gente dei borghi: lavatoi, dove intere generazioni di donne curve hanno faticato, abbeveratoi per animali e cristiani, povera pesca,
momenti di gioco estivo per i ragazzi che negli slarghi, i bujon, esercitavano l’arte natatoria. Oggi di questa storia resta l’acqua, resta il Rujo e la rujea; scomparse le dodici ruote che lungo il torrente azionavano antichi opifici. Al decesso conclamato di qualsiasi attività artigianale ed agricola, a seguito delle “modernizzazioni” del XX secolo, si perse per un ventennio qualsiasi uso della pregevole struttura. Sulle rive del Rujo per alcuni anni rotolavano sacchi neri d’immondizia, pneumatici di
vecchio impiego e batterie d’auto a nutrimento di dispersi gamberi. Poi qualcosa rinacque, dalla ricerca, dalla memoria, da una mostra e un progetto di recupero e salvaguardia a metà degli anni ’90 del ‘900, venne pulita e ripristinata la Rujea. L’acqua è tornata a scorrere, a fare i suoi salti. Gli antichi scrosci sono tornati a Campomolino. Il progetto è stato poi sposato da “enti superiori”,
Comunità montana e amministrazione comunale. Il denso e secolare rapporto tra una comunità e il suo Rujo ha ripreso forza. La ricerca ha permesso di localizzare gli opifici, i lavatoi, ed ha fornito ad un pubblico crescente, un itinerario dalla forte valenza didattica sia da un punto di vista storico che naturalistico. La mano esterna è poi intervenuta anche pesantemente per ridisegnare i luoghi, pietrificando anche dove per secoli era solo sterrato, e inserendo nel contesto nuove “opere d’arte”, più o meno armoniose. L’uomo non ha cessato quindi di intervenire e metter mano, adattando al gusto del presente le vestigia del passato. Se questo sia nel divenire cose o nelle volontà di lasciare il segno anche da parte dei contemporanei, non lasciando la prerogativa ai Brandolini e ai “folli” mugnai di un tempo, spetta al fruitore giudicare.

http://www.laviadeimulini.it

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